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[colore viola; III settimana del salterio]

 

Antifona d’Ingresso (Sal 24/25, 15-16):

I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, perché libera dal laccio i miei piedi.
Volgiti a me e abbi misericordia, Signore, perché sono povero e solo.

Prima lettura (Es 17, 3-7):

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?»
Allora Mosè gridò al Signore…, e il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

[Una delle caratteristiche della liturgia quaresimale è il riferimento costante e sistematico ad alcuni temi specifici ed eventi dell’Antico Testamento. I cristiani fin dall’inizio si sentono il “nuovo popolo eletto”, che cerca di non ripetere gli errori commessi dal vecchio Israele (per farne magari tanti altri…!).
Quindi, anche nel nostro cammino spirituale della Quaresima, le pietre miliari del cammino dell’antico Israele sono viste dalla Chiesa come indicazioni fisse (non soltanto metaforiche!) della strada che porta il credente a vivere più sentitamente l’esperienza ecclesiale (spirituale e sacramentale) del “mistero pasquale”. E su questa strada una sosta, e quindi una buona occasione per riflettere, è rappresentata ancora, anche per il cristiano, dalla mormorazione del popolo eletto durante il primo, assai faticoso, esodo dall’Egitto, a Massa e Meriba, dove mi tentarono i vostri padri, pur avendo visto le mie opere (cfr. Sal. 94).]


Salmo responsoriale (Sal 94/95):

Rit.: Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Meriba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».

Seconda lettura (Rm 5, 1-8 passim):

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui, mediante la fede, abbiamo anche l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. [E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata per la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito…]
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

[Sono stati aggiunti nel brano liturgico due versetti che forse completano e ci fanno inquadrare meglio il ragionamento dell’Apostolo sulla fede evangelica e sui frutti sorprendenti e inattesi, in qualsiasi contesto umano, della grazia del perdono che il Padre celeste ha voluto offrire alla nostra umanità ferita dal peccato, come sottolinea Paolo: per mezzo della fede in Cristo Gesù.
Grazie a questa novità evangelica ora può mutare radicalmente il contesto della vita di qualsiasi persona credente. Tanto che, nella fede vissuta, anche quell’aspetto della vita umana che di per sé non è molto gradito, come la sofferenza, se aperta alla speranza cristiana mediante la fede, anch’esso può diventare sopportabile, e addirittura un “vanto” per il discepolo fedele che permette che il buio della propria miseria sia illuminato dall’Amore che Dio dimostrò nei nostri riguardi mentre eravamo ancora peccatori.
È un mistero che tocca da vicino molte esperienze del cammino cristiano nella fede evangelica, spesso assai umile e nascosto: dalla testimonianza di vita e di parola, fino all’ascesi mistica – che Dio dona (seguendo un criterio di scelta certamente non umano) ad alcune anime affrancate che desiderano appassionatamente di vivere più sentitamente, mentre sono ancora in questa terra di peccatori, la Sua amorosa Presenza.]


Canto al Vangelo (Cfr. Gv 4, 42.15):

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo:
dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!


Lettura del Vangelo (Gv 4, 5-42 passim)

Giunse così [Gesù] a una città della Samaria, chiamata Sicar, vicino al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua , perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua… Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”. Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna… La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto…

[Invece di annacquare con le nostre parole esitanti il denso racconto di Giovanni, ti proponiamo un breve stralcio del commento di un luminare del pensiero cristiano, anch’egli toccato dall’incontro personale con il Risorto, il quale, si direbbe, continua a peregrinare per le strade di questo nostro mondo di uomini e donne, in costante ricerca delle anime capaci di infiammarsi ancora alla sua Presenza santificante: «Gesú intanto, stanco del viaggio, se ne stava così sedendo presso il pozzo. Era circa l'ora sesta. Cominciano i misteri. Non è certo senza un motivo che Gesù era stanco, non senza un motivo appare affaticata la forza di Dio. Cristo, che ridà forza a chi è prostrato dalla fatica, Cristo la cui presenza ci fortifica, e la cui assenza ci debilita, non a caso appare qui stanco…Tutti questi elementi insinuano qualcosa, ci vogliono indicare qualcosa; ci fanno attenti, ci invitano a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato di esortarci dicendo: Bussate, e vi sarà aperto (Mt. 7, 7).
È per te, che Gesù si è stancato nel viaggio… La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha rigenerato. La forza di Cristo fece che ciò che prima non era fosse; la debolezza di Cristo fece che ciò che era non perisse. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza ci ha cercati.
È dunque con la sua debolezza che egli nutre i deboli...
Poiché dunque si è degnato di venire a noi apparendo in forma di servo per la carne assunta, questa stessa carne assunta è il suo viaggio. Perciò «stanco del viaggio», che altro vuol dire se non affaticato nella carne?
Gesú è debole nella carne, ma non volerlo essere tu: nella debolezza di lui tu devi essere forte, perché il debole di Dio è più forte di tutta la potenza umana (cf. 1 Cor. 1, 25)».
(Così il grande Agostino commenta – anche per te – una parte del bellissimo racconto dell’evangelista Giovanni – [Cf. In Joann. tr. 15 c. 4 n. 6-7 (PL 35, 1512-13)].]

 

 

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