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[colore bianco; IV settimana del salterio]

 

Antifona d’Ingresso (Sal 32/33, 5-6):

Della bontà del Signore è piena la terra,
la sua parola ha creato i cieli. Alleluia.

Prima lettura (At 2, 14-41 passim):

Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino… Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro»…

[Il breve passo del discorso di Pietro a Gerusalemme, dopo l’esperienza trepidante dell’effusione dello Spirito sui discepoli in preghiera, ci offre la possibilità di mettere a fuoco alcune cose sempre importanti nel contesto del nostro cammino evangelico ed ecclesiale.
Prima di tutto, l’importanza assoluta della risurrezione di Cristo nell’esperienza e nella predicazione apostolica. Senza la risurrezione la vita di Cristo e la sua predicazione carismatica, anche se accompagnata da numerosi miracoli, sarebbe rimasta solo una parentesi idilliaca finita male, come speravano, del resto, “i capi del popolo” ebraico, che cercavano con ogni mezzo di impedire ai suoi seguaci di parlare ed agire nel nome di quel Nazareno morto in croce. Ma loro, gli apostoli, “non potevano più tacere”, dopo l’esperienza dello Spirito. Anzi parlavano sempre di più, confermando anche la loro testimonianza con dei fatti eclatanti (come la guarigione dello storpio davanti ad una porta del Tempio), con cui avevano scosso il popolo che, quindi, cominciava a sentirsi pentito per quel che avevano permesso che si facesse a Gesù.
In secondo luogo, che dietro quel sorprendente salto di qualità nella predicazione apostolica stava l’esperienza determinante dello Spirito Santo, che aveva aperto i loro occhi e rincuorato i loro cuori – trasformando quegli incolti pescatori di Galilea in oratori prolifici e testimoni molto efficaci degli eventi riguardanti la morte e la risurrezione di Gesù.
Possiamo, quindi, affermare con Paolo (1 Cor 15, 14): Se Cristo non è risorto, allora vuota è la nostra predicazione, vuota è anche la vostra fede. E con ciò dobbiamo anche renderci anche conto che non siamo noi a dare forza alle nostre parole, o eloquenza alla nostra carità, ma è lo Spirito del Signore risorto che continua la sua opera in mezzo ai suoi, come a Lui piace. Noi altri – da sempre – possiamo essere solo i testimoni dei fatti che abbiamo vissuto, mai i protagonisti!]


Salmo responsoriale (Sal 22/23):

Rit.: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.


Seconda lettura (1 Pt 2, 20-25):

Questa è grazia: subire afflizioni, soffrendo ingiustamente a causa della conoscenza di Dio; che gloria sarebbe, infatti, sopportare di essere percossi quando si è colpevoli? Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché | anche Cristo patì per voi, | lasciandovi un esempio, | perché ne seguiate le orme: | egli non commise peccato | e non si trovò inganno sulla sua bocca, | insultato, non rispondeva con insulti, |maltrattato, non minacciava vendetta, | ma si affidava a colui | che giudica con giustizia. | Egli portò i nostri peccati nel suo corpo | sul legno della croce, | perché, non vivendo più per il peccato, | vivessimo per la giustizia; | dalle sue piaghe siete stati guariti. | Eravate erranti come pecore, | ma ora siete ricondotti | al pastore e custode delle vostre anime.

[Al di là delle parole che palesano (specie nella seconda parte del testo) la loro probabile provenienza liturgica, Pietro in realtà parla di esperienza realmente vissuta della prima comunità cristiana. Ma parlando della sofferenza egli la spiritualizza trasformandola in testimonianza; anzi “la sofferenza del giusto” viene sublimata in una vera e propria grazia che purifica e santifica il discepolo. Viene, quindi, intesa come una prova, ossia come un’occasione per esercitarsi nella pazienza santificante. E quindi, Pietro li (ci) invita a guardare al Signore Gesù (anche) come ad uno splendido esempio del “retto comportamento”. La prova così vissuta edifica spiritualmente il discepolo fedele e lo prepara interiormente ad accogliere pienamente il dono divino di salvezza.
Sono insegnamenti che aiutano il credente di Cristo ad orientarsi cristianamente nel mondo, e come tali sono validi in qualsivoglia contesto storico ed ecclesiale.]


Canto al Vangelo (Gv 10, 14):

Alleluia, alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore;
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia!

Lettura del Vangelo (Gv 10, 1-10)

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

[Una singolare auto-definizione di Gesù: il pastore, anzi il buon pastore, che conosce le sue pecore e cammina davanti a loro. È un’immagine che forse non appare più a tutti immediatamente domestica e cara, che, tuttavia, è molto bella e ricca di contenuto spirituale... Certamente, prima di tutto nel contesto del tema (assai caro alla tradizione ecclesiale) delle vocazioni spirituali e cristiane, ma non soltanto quelle, perché tutti siamo amati e chiamati, su tutti egli conta, perché Cristo è venuto perché in Lui tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
Anche un altro pensiero è utile approfondire a questo proposito, quello della centralità di Cristo, ossia della porta, anzi l’unica porta che porta alla vita. Diceva Agostino (nel suo particolare contesto storico e letterario): “Dicano pure i pagani: «Noi viviamo rettamente!». Se non entrano per la porta, a che giova loro gloriarsene? Vivere rettamente deve assicurare a ciascuno il dono di vivere per sempre; e a chi non è dato di vivere per sempre, a che giova vivere rettamente?… E nessuno può avere speranza vera e certa di vivere in eterno, se non riconosce che Cristo è la vita, e non entra per quella porta nell’ovile (In Ioannem tr. 45 n. 2 [PL 35, 1720]).]

 

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